In questo numero (editoriale)

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«Dio passò di qua»

«Oggi [..] noi ritorniamo a questi luoghi, / poiché Dio passò di qua, quando venne da Abramo, / da Abramo che ha creduto, venne Dio. / Quando tutti i popoli e tutta la gente, si fecero da sé altri dei, / è venuto Colui che È. / Entrò nella storia dell'uomo / e gli svelò il Mistero, / celato dall'esordio del mondo». Così san Giovanni Paolo II, in Trittico romano. Sappiamo che nel 1999 l'anziano pontefice polacco aveva progettato un pellegrinaggio a Ur dei Caldei, che poi non fu possibile realizzare; ora, dopo ventidue anni, è il nostro papa Francesco a incarnare una Chiesa che "esce" e a raggiungere la terra di Abramo, il padre comune di ebrei, cristiani e musulmani. «L'abbraccio — ci dice don SANDRO CAROTTA - esprime l'accoglienza dell'altro nel proprio mondo»; non a caso, sui poster in cui la massima autorità sciita del paese, l'ayatollah Alì al-Sistani, era affiancata al Santo Padre, campeggiava la frase: «Voi siete una parte di noi, e noi siamo una parte di voi».

Un popolo, quello iracheno, che tanto ha sofferto per la guerra, le violenze perpetrate dall'Isis, le persecuzioni, il terrorismo, con le piaghe della povertà e ora anche del covid, ha accolto per la prima volta nella storia il vescovo di Roma; anche il san Francesco che sul monte della Verna accolse la rivelazione di Dio viveva la sua debolezza estrema, al punto che «Le Lodi di Dio Altissimo sono una serie di affermazioni di identità dove Francesco scompare e si distingue il volto di Dio» (p. LUCA Fuso — m. MARIA MADDALENA TERZONI). «Le promesse di Dio assicurano una gioia senza eguali e non deludono. Ma come si compiono? Attraverso le nostre debolezze. Dio fa beati coloro che percorrono fino in fondo la via della loro povertà interiore. La strada è questa, non ce n'è un'altra», ha ricordato il Santo Padre nell'omelia nella cattedrale caldea di S. Giuseppe a Baghdad.

«Noi siamo come dei bambini che si preparano a una festa. Dal più grande fino al più piccolo tra noi», ha confidato nell'imminenza della visita il cardinale Louis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei caldei. La nostra fede, la nostra vita nello Spirito fondata sulla Parola, il nostro rivestirci ogni giorno di Cristo (p. ALFIO MARCELLO BUSCEMI) è una festa, perché «anche in mezzo alle devastazioni del terrorismo e della guerra, possiamo vedere, con gli occhi della fede, il trionfo della vita sulla morte» (Angelus a Qaraqosh). Il legame originario tra santità, liturgia e servizio, che hanno nel Cristo servo il loro unico fondamento, ci porta a vivere tutte le circostanze dell'esistenza in un modo nuovo, trasfigurandole in una logiké latreía (Rm 12, 1), in un culto spirituale gradito a Dio (mons. PAOLO MARTINELLI). Un breve, simpatico articolo di sr. CHIARA CRISTIANA SCANDURA per la nuova rubrica «Gocce di luce» completa il numero.

Noi siamo il frutto della chiamata di Abramo e del suo viaggio. Guardando le stelle, egli ci ha visto. Anche a noi è chiesto — quanti richiami alle stelle nelle parole del Santo Padre nella piana di Ur! — di guardare il cielo per poter camminare sulla terra (p. Marko Rupnik in «Lo sguardo»). Come Abramo, doneremo al mondo qualcosa che altrimenti non ha: il futuro. E quindi la speranza.

m.m.c.