In questo numero (editoriale)

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L'asinello e il Suo sguardo

 

Oggi l’uomo cerca la vita, quella vera. La notte è giunta troppo in là. Dobbiamo riconoscere, riprendendo le parole di papa Francesco nella Giornata dei poveri del novembre scorso, che «siamo poveri di vita vera e ci serve la mano tesa del Signore, che ci tiri fuori dal male». Lo esprime anche la poesia Tenebrae al centro di «Lo sguardo», di Paul Celan, ebreo-romeno scampato al nazismo. «I poeti, come i santi, “pagano”, in contanti, sempre, anche per noi», ha scritto Nazareno Fabbretti. Sono rivelazione del mistero che ci avvolge e profezia dell’oltre, compagni di rischio e maestri di contemplazione della realtà. Con piacere pubblichiamo l’inatteso e stimolante studio di sr. Monica Maria Agosta sulle letture dantesche del beato Gabriele Allegra, che in Dante trovava «le risposte alle domande del suo cuore, il nutrimento spirituale ed anche la via, l’orientamento, per l’esercizio del suo ministero». Dalla poesia alla prosa: alcune linee per la nostra vita monastica ce le presenta p. Sebastiano Paciolla, che con la consueta limpidezza e competenza canonistica legge per noi l’istruzione applicativa Cor orans, pubblicata il 1° aprile dello scorso anno.

 

Morte e vita si intrecciano nel libro del Qoèlet e don Sandro Carotta si sofferma sulla piccola bussola che il testo offre al viandante. P. Alfio Marcello Buscemi ci offre una preziosa lettura della VI ammonizione di san Francesco, a partire dall’analisi approfondita dei tre versetti che la compongono. Ci conduce al cuore stesso del nostro padre, che vuole metterci in guardia dalla «vanagloria ipocrita, che recita la parte dell’uomo virtuoso senza esserlo» e ce ne indica il rimedio: guardare attentamente Cristo e seguirlo, partecipando alle sue sofferenze. Troppo arduo? Leggiamo il racconto di sr. Maria Francesca Righi, per la rubrica «Favole per la vita»: al suo «asinello di stirpe regale», dopo aver incontrato lo sguardo di luce e di verità dell’Uomo che tra la folla in tripudio siede su di lui, non importa più della nobiltà dei suoi antenati asini e non cessa di seguirlo. «La santità consiste nel tollerare lo sguardo di Dio», ha scritto Hans Urs von Balthasar. Il sepolcro, per il suo «cuore giovane e cocciuto», non è che «una stazione di posta, in un lungo viaggio».

Non lo nascondiamo: siamo segnati dalla tragedia del peccato e a volte leggiamo tutto nell’ottica di noi stessi, vaghiamo ostinati e implacabili in cerca di autosalvezza e di autoaffermazione. Vogliamo conquistare, non accogliere. Ma le tenebre non hanno la capacità di riprodursi in eterno. Il Figlio di Dio ha portato sulla terra la vita come relazione, come orientamento al Padre, come dono di sé. Alla fine vincerà il progetto del Padre, la sua vita, il dono: «Poi vidi il cielo aperto, – narra il veggente dell’Apocalisse (19,11.13) – ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero […]. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio». Certa è la sua vittoria. Santa Pasqua!

m.m.c.